venerdì 20 marzo 2020

...


L'OBLIO
(destino del poeta)



Forte è l'oblio

sorte malsana

che oscura l'Io

in morte vana

e il fato mio

filo di lana

di notte taglia

sciolta la maglia

d'opera nostra:

scorda, non mostra

quel fiume in piena

che fu gran pena.

Il frutto pieno

di capo e braccio

stinto, io taccio

giardino ameno;

madido abbraccio

su letto osceno.

Chi mai non colse

vacua premura?

Quello che fu

più non sarà.

E noi dispersi

più non saremo.

*
Commento:

In metrica quinaria - con i primi sei versi in rima alternata, i secondi sei in rima baciata, i terzi sei in rima incatenata, e gli ultimi sei senza rima -, tratto di un'altra delle mie più grandi paure, assieme alla solitudine. Si tratta della paura, tipica degli artisti, di essere dimenticati in vita o una volta morti; di essere assenti al mondo, ininfluenti e nascosti, non letti, non conosciuti; di non restare (poiché, si sa, la nostra velleità più grande è quella di divenire, in un certo senso, esseri eterni). Esattamente quello che prova uno come me, di sicuro non un sommo poeta, ma altrettanto sicuramente un poeta, che non possiede un pubblico, e che non vien letto da nessuno, neppure dai suoi cari e da tutte le persone a lui vicine. 
L'oblio è allora il mio destino in quanto poeta nullo, un oblito talmente forte da oscurare finanche ciò che di più saldo possiedo: la certezza dell'Io e del suo valore, appercezione fondamentale. La mia esistenza o presenza nel mondo diventa, pertanto, vanità, se il filo delle Moire che determina il mio fato, qui inteso come mia vocazione - la poesia appunto - vien tagliato dalle stesse e la maglia delle mie produzioni poetiche, l'opera, vien sciolta: tutto risulta dimenticato, persino la fatica, l'impegno, la pena profusi nel fiume in piena dell'ispirazione. Il frutto del mio scrivere, del mio comporre ha perso il suo colore; non oso parlarne, io che potrei essere, ma non sono, un giardino ameno che genera i frutti più belli e più buoni. Questi frutti, le poesie, sono detti simili a un abbraccio che il poeta regali nel suo letto scandaloso di morte, lo scandalo di non poter abbracciare seppur lo si desidera e lo si sa fare. 
Pochi hanno ricevuto, e riceveranno, le mie vuote premure di parole. Quello che un tempo è stato scritto cadrà nel nascondimento dell'oblio per non riemergerne più. E noi stessi, poeti dispersi in un mondo che non ci vuole (che cos'è mai oggi, infatti, la Poesia? Una puttana derelitta, bistrattata, da tutti insultata, scacciata nella vergogna), un giorno periremo ugualmente per non essere mai più.  

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